Lovefish racconta
Sono stato a Capo Verde e la prima cosa che ho pensato, una volta uscito in mare, è che lì il mare è ancora vivo. Non è solo una sensazione, ma qualcosa che capisci subito: lo vedi dall’acqua, dalle mangianze, dalla quantità di predatori presenti. Capo Verde oggi è uno dei posti più ricchi di pesce rimasti, non solo perché sia incontaminato, ma perché per molto tempo ha avuto una pressione di pesca più bassa rispetto ad altre zone. Le correnti qui fanno il loro lavoro, l’oceano è profondo già a poche miglia dalla costa e i nutrienti risalgono dal fondo. La catena alimentare è ancora in piedi e, quando una catena funziona, il pesce c’è.
Negli ultimi anni però le cose stanno cambiando. Il turismo è aumentato molto e soprattutto la pesca industriale inizia a farsi sentire anche qui. Non serve fare polemica, basta osservare il mare: più barche, più reti, più sfruttamento. Alcuni fondali cominciano a mostrare segni evidenti. Capo Verde resta un mare vivo, ma non è immune da quello che sta succedendo ovunque.
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Dal punto di vista delle specie è impressionante. Ci sono pesci che in Italia non esistono proprio e altri che conosciamo bene, ma qui sono più numerosi, più grandi e molto più confidenti. È la differenza tra un mare sfruttato e un mare che riesce ancora a rigenerarsi.
La pesca si fa quasi sempre dalla barca e la tecnica principale è la traina d’altura. Non è una pesca complicata, ma va fatta con un minimo di criterio, perché qui l’assetto conta più di tante altre cose. Di solito si pesca con sette canne: una lavora molto lontana, con un teaser e un Kona, ed è spesso quella che fa partire l’azione. Poi ci sono due canne lontane con Kona più piccoli, veloci e nervosi, due canne a distanza media con Kona grandi, perfetti per i pesci vela, e infine due canne molto vicine alla scia della barca, quasi dentro le bolle, armate con grossi Rapala X-Rap che imitano un pesce ferito nel caos dell’elica.
È un assetto semplice ma efficace, che copre tutte le distanze e tutti i comportamenti dei predatori. Quando il mare gira bene non ci sono tempi morti. Le prede principali sono tonni pinna gialla, pesci vela e wahoo, ed è proprio il wahoo quello che più di tutti mi ha colpito.
Il wahoo è un pesce incredibile: lungo, potente e velocissimo. Ha una dentatura impressionante, fatta di vere e proprie lame, ed è per questo che si pesca sempre con cavetti d’acciaio seri, almeno da 120 libbre. Non è una scelta tecnica, è una necessità, anche solo per evitare di perdere tutte le esche che attacca.
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La cattura avviene sempre senza preavviso. La barca va, le esche lavorano, magari stai parlando di altro e all’improvviso una canna parte di colpo. La frizione inizia a urlare subito, forte, continua. Il filo esce dalla bobina a una velocità assurda e non rallenta. Quando succede capisci subito che non è un tonno: è un wahoo.
Questo pesce non combatte come gli altri. Non si pianta, non gira sotto la barca, parte dritto e corre. E mentre corre la barca deve manovrare: il timoniere gira, accelera, cerca di seguirlo per togliere angolo al filo. In quei momenti capisci che la pesca dalla barca è sempre un lavoro di squadra. Il wahoo spesso rallenta, ma non perché sia stanco: è solo una pausa. Bastano pochi metri recuperati e, appena vede la sagoma della barca, riparte di nuovo, con un’altra fuga secca e violenta e la frizione che canta ancora.
Durante il combattimento scuote la testa in continuazione. La sua bocca è durissima, con una spessa placca ossea, ed è proprio questo che rende la slamatura sempre possibile. Anche quando pensi di averlo in mano non lo hai mai davvero finché non è a bordo. Quando arriva vicino alla barca è ancora bellissimo: le classiche strisce scure lungo il corpo sono ben visibili, ma appena sale a bordo, nel giro di poco, iniziano a sparire. Succede sempre ed è una di quelle cose che ti restano impresse.
Il combattimento con il wahoo è uno dei più divertenti che si possano fare dalla barca. Non è mai scontato e non è mai sotto controllo fino all’ultimo metro, ed è anche questo che lo rende così appassionante. Dal punto di vista gastronomico è un pesce eccezionale: è buonissimo crudo, semplice, senza bisogno di lavorazioni particolari, e cotto resta compatto, saporito, pulito. È uno di quei pesci che ti fanno capire quanto mare e cucina siano legati, se parti da una materia prima vera.
Accanto al wahoo, a Capo Verde si incontrano spesso i tonni pinna gialla, pesci potenti e instancabili che combattono in modo completamente diverso: più lunghi, più costanti, meno esplosivi ma durissimi. E poi ci sono i pesci vela, spettacolari soprattutto quando salgono in superficie prima di attaccare. A volte li vedi seguire l’esca per metri, affiancarla, studiarla, come se stessero decidendo se ne vale la pena.
Pescare a Capo Verde è una grande esperienza, ma ti lascia addosso anche una certa attenzione, perché un mare così oggi non è la normalità. È qualcosa che può cambiare in fretta se la pressione aumenta troppo. Io da Capo Verde sono tornato con grandi ricordi, belle catture e tanta soddisfazione, ma anche con la consapevolezza che questi mari vanno vissuti con rispetto e misura. Perché oggi regalano ancora emozioni vere, ma domani dipenderà molto da come li trattiamo adesso.
Questo, alla fine, è quello che cerco di raccontare con Lovefish: pescare, vivere il mare e non dare mai nulla per scontato.