A cura di Chiara Gambardella & Carlotta Santolini
Negli ultimi anni, chi va in mare con regolarità se n’è accorto prima di molti altri: il Mediterraneo sta cambiando. Non solo temperature più alte o stagioni diverse, ma nuovi animali che fino a poco tempo fa non c’erano. Specie che compaiono nelle reti, sulle lenze o lungo la costa e che inizialmente fanno nascere domande semplici: che cos’è? Da dove viene? È normale trovarlo qui?
In molti casi, la risposta è no. Si tratta di specie non indigene, spesso chiamate “aliene” o “invasive”, arrivate nel Mediterraneo grazie alle attività umane e favorite dal cambiamento climatico. E molto spesso, i primi a notarle sono proprio i pescatori, sia professionisti sia ricreativi.
Come arrivano le specie aliene nel Mediterraneo
Possono arrivare in mare in diversi modi. Alcune attraversano il Canale di Suez, risalendo dal Mar Rosso in quello che viene definito “migrazione lessepsiana”. Altre arrivano trasportate dalle acque di zavorra delle navi o attaccate agli scafi.
Una volta arrivate, alcune di queste specie riescono a stabilirsi e a diffondersi rapidamente, soprattutto se trovano poche barriere naturali o pochi predatori. È qui che iniziano i problemi per gli ecosistemi e, spesso, anche per la pesca.
Il granchio blu: da problema a risorsa
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Figure 1: foto del granchio blu. © Matteo Garrone
Il caso più emblematico degli ultimi anni è quello del granchio blu (Callinectes sapidus), originario della costa atlantica americana. Inizialmente segnalato come presenza sporadica già negli anni ‘80, nel giro degli ultimi anni è diventato estremamente abbondante in molte aree costiere italiane, in particolare in Adriatico.
I pescatori sono stati i primi a segnalare l’aumento improvviso delle catture, i danni alle reti e l’impatto su vongole, cozze e altre specie di interesse commerciale. Queste osservazioni, inizialmente aneddotiche, si sono rivelate fondamentali per comprendere la rapidità e l’estensione dell’invasione.
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Figure 2: collaborazione con pescatori. Foto di ©Francesco Martinelli
In questo contesto, la collaborazione tra pesca, ricerca e imprese ha iniziato a fare la differenza. Esperienze come quelle sviluppate da Mariscadoras Srl e dal progetto Blueat mostrano come il granchio blu possa essere monitorato, gestito e persino valorizzato, trasformando un problema ecologico in una possibile risorsa economica, senza perdere di vista l’equilibrio degli ecosistemi.
Non solo granchio blu: altre specie da conoscere
Il granchio blu non è un caso isolato. Negli ultimi anni, sempre più pescatori hanno iniziato a segnalare la presenza di specie nuove o diventate improvvisamente comuni lungo le coste italiane.
Un esempio emblematico è il lionfish, o pesce leone, un pesce tropicale facilmente riconoscibile per le lunghe spine e la livrea appariscente. Arrivato nel Mediterraneo attraverso il Canale di Suez, si è diffuso rapidamente soprattutto nel Mediterraneo orientale. Anche in questo caso, i pescatori sono stati tra i primi a documentarne la presenza, permettendo di avviare programmi di monitoraggio e contenimento. Il lionfish è un predatore molto efficiente e può avere un forte impatto sulle comunità di piccoli pesci locali.

Figure 3: Lionfish. FAO digital hub
Un’altra specie ben nota ai pescatori è il pesce serra. Presente nel Mediterraneo da tempo, negli ultimi decenni ha aumentato la sua distribuzione e abbondanza in molte aree costiere. Il suo comportamento predatorio e la capacità di adattarsi a condizioni ambientali diverse lo rendono una specie simbolo di un mare che cambia.
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Figure 4: Pesce serra
Anche in questo caso, le osservazioni dei pescatori hanno contribuito a documentarne l’espansione e a comprenderne meglio il ruolo negli ecosistemi costieri.
Questi esempi mostrano come la pesca, soprattutto quella ricreativa, possa fornire informazioni preziose su come e quanto rapidamente il Mediterraneo stia cambiando.
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PUBBLICAZIONE
23/02/2026